Quanto Basta - Festival dell'economia ecologica - Livorno 30 maggio 2 giugno 2013 - SICREA S.r.l.
Animali comunitari
di Simone Falorni
Continuiamo il nostro viaggio nel mondo della ricerca a scoprire nuove teorie sul comportamento umano. Stavolta non ci concentreremo su un solo autore, ma su diversi studiosi che convergono nell’idea che la competizione non sia l’unica spinta evoluzionistica dell’uomo. Una lettura forse un po’ superficiale della teoria dell’evoluzione, infatti, ci insegna che a sopravvivere sono gli individui che meglio si adattano all' ambiente, i più forti, quelli in grado dunque di trasmettere i propri, egoistici, geni. Stando a questa tesi noi esseri umani siamo marcati da un profondo egoismo, alla stregua di tutti gli altri animali. Puntiamo al massimo risultato entrando in competizione per la posizione sociale, il reddito, le opportunità di trovare un partner. I comportamenti apparentemente altruistici sono in realtà dettati da un interesse personale dissimulato. Carità e fratellanza non sono altro che una mistificazione culturale apposta sulla logica ferrea della natura. Tutto ciò è in parte vero, ovviamente, ma sempre più, ricercatori di varie discipline pubblicano testi sulla solidarietà,
l’empatia, la cooperazione e la collaborazione. La teoria dell’evoluzione può quindi essere letta sotto una luce diversa. Di seguito riportiamo le tesi più affascinanti di scienziati, psicologi evoluzionisti, neuroscienziati, riprese da attenti osservatori del mondo delle scienze quali David Brook e Federico Rampini.
Martin Nowak e Roger Highfield nel loro libro SuperCooperators utilizzano la matematica superiore per dimostrare che «cooperazione e competizione sono perennemente e strettamente interconnesse». Intenti a perseguire il nostro interesse personale spesso siamo portati a restituire una gentilezza ricevuta, così da poter contare sugli altri in caso di bisogno. Siamo stimolati a crearci la reputazione di persone gentili con l' intento di invogliare gli altri a collaborare con noi. Siamo incentivati al lavoro di squadra, perché i gruppi coesi sono destinati al successo. I due autori attribuiscono alla cooperazione un ruolo centrale nell' evoluzione equiparandola alla mutazione e alla selezione.
Michael Tomasello, autore di Why We Cooperate, ha creato una serie di test adatti, con poche variazioni, sia agli scimpanzé che ai bambini. Dalla sperimentazione è emerso che già in tenerissima età i bambini hanno un comportamento collaborativo e condividono le informazioni, a differenza di quanto accade negli scimpanzé adulti. Un bimbo di un anno informa gli altri della presenza di qualcosa indicandolo. Gli scimpanzé e le altre scimmie non condividono le informazioni con spirito collaborativo. I bambini sono pronti a condividere il cibo con estranei. Gli scimpanzé generalmente non offrono cibo, neanche alla prole. La tesi di Tomasello è che l' uomo mentalmente si è differenziato dagli altri primati. La disponibilità alla cooperazione è una qualità umana innata che viene intenzionalmente esaltata nelle varie culture.
Dacher Keltner nel suo libro In Born to Be Good, illustra gli studi su cui è impegnato, assieme ad altri, sui meccanismi dell' empatia e della connessione, descrivendo le dinamiche del sorriso, dell' arrossire, del riso e del contatto fisico. Quando si ride assieme agli amici si parte con vocalizzazioni separate che poi però si fondono in suoni interconnessi. Pare che il riso si sia sviluppato milioni di anni fa, ben prima delle vocali e delle consonanti, come meccanismo per costruire cooperazione. Fa parte del ricco strumentario innato della collaborazione tra esseri umani. In un saggio Keltner cita l' opera di James Rilling e Gregory Berns, dell' università di Emory. I due neuroscienziati hanno scoperto che l' atto di aiutare il prossimo attiva le aree del nucleo caudato e della corteccia cingolata anteriore coinvolte nei meccanismi del piacere e della gratificazione. Significa che rendersi utili agli altri è fonte di piacere, come soddisfare un desiderio personale.
Jonathan Haidt in The Righteous Mind, si associa a Edward O. Wilson, David Sloan Wilson ed altri nel sostenere che la selezione naturale avviene non solo attraverso la competizione a livello individuale, ma anche tra gruppi. In entrambi i casi la carta vincente è la capacità di adattamento, ma nella competizione tra gruppi la capacità di coesione, di cooperazione, l' altruismo dei membri, sono fattori determinanti per imporsi e trasmettere i propri geni. Parlare di "selezione di gruppo" era eresia fino a qualche anno fa, oggi questa teoria sta prendendo piede. Gli esseri umani, sostiene Haidt, sono le "giraffe dell' altruismo". Come le giraffe hanno sviluppato il collo per sopravvivere, così gli uomini hanno sviluppato il senso morale per vincere nella competizione, a livello individuale e di gruppo. Gli uomini danno vita a comunità morali condividendo regole, abitudini, emozioni e divinità per poi combattere e addirittura talvolta morire per difenderle.
Yochai Benkler, scienziato sociale di Harvard, nel suo libro The Penguin and the Leviathan, esplora le nuove frontiere del cambiamento politico, sociale ed economico. Benkler contrappone due visioni della società utilizzando animali presi come metafora da illustri pensatori del Seicento, per poi formulare la sua tesi. Il Leviatano, biblico mostro marino, fu usato dal filosofo inglese Thomas Hobbes come un simbolo del sovrano assolutista. E’ il simbolo di ogni autorità centralizzata, che disciplina dall'alto: in molti casi è lo Stato. La "Favola delle Api", invece, fu usata da Mandeville per avvalorare la tesi liberista della "mano invisibile" del mercato partorita da Adam Smith. Il lavoro delle api fanno sì che i vizi privati diventino pubbliche virtù e questo per sostenere l'idea che la società è efficiente se ciascuno persegue il proprio interesse.
Benkler sceglie come animale simbolo il pinguino e il suo spirito comunitario. Lo scienziato afferma che il comportamento umano rivela in noi uno spirito di cooperazione innato, addirittura genetico. Siamo animali comunitari, molto più portati a collaborare che a competere. E la cooperazione fra noi funziona molto meglio se ci sentiamo tutti partecipi, alla pari, animati da valori comuni. Sfruttare bene questa nostra indole, ci apre potenzialità illimitate. Aiuta la nostra cultura politica a uscire dalla vecchia alternativa tra lo statalismo burocratico, e un capitalismo predatore.
Le nuove tesi evoluzionistiche che esaltano il fattore cooperazione fanno sì che si rivedano vecchi criteri di analisi come quello che imponeva nelle scienze sociali e in particolare in economia il modello del massimo vantaggio sulla base del principio della competizione egoista. Ma l’aspetto più rivoluzionario riguarda il rapporto tra comportamento e morale, per decenni negato in base a criteri cosiddetti "scientifici". Se è vero però che la cooperazione è parte integrante della nostra natura umana, altrettanto vale per la moralità, non possiamo capire chi siamo e come siamo arrivati fin qui senza considerare l’etica, le emozioni e la religione.
Davanti a molti problemi dell'epoca contemporanea, la risposta più avanzata non è né lo Stato né il mercato: siamo noi.